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Le materie prime non naturali apportano inquinanti

Falso. Le materie prime di origine non naturale, quindi provenienti da altri cicli produttivi e recuperabili nel ciclo produttivo del cemento, secondo i dettami dell’economia circolare, possono contenere – così come le materie prime naturali – elementi chimici presenti anche in natura, così come possibili elementi non naturali legati nella matrice del prodotto. Le concentrazioni di questi elementi sono verificate in sede di autorizzazione al recupero e devono sottostare ai limiti imposti dalle autorizzazioni stesse.

Le Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate alle cementerie, spesso a seguito di stringenti Valutazioni di Impatto Ambientale, regolamentano l’utilizzo di queste materie, prevedendo controlli sulle stesse. Inoltre le peculiari caratteristiche intrinseche del processo produttivo del cemento, le alte temperature a cui è sottoposta la materia prima nel ciclo di fabbricazione del clinker e del cemento, favoriscono l’eliminazione di eventuali composti non naturali.

Le Autorizzazioni Integrate Ambientali regolamentano altresì i limiti emissivi degli stabilimenti, che devono essere adeguati alle migliori tecnologie disponibili (MTD) di settore, nonché costantemente rispettati. In sede autorizzativa può accadere che, proprio la richiesta di impiego di materie prime alternative e combustibili non convenzionali, porti a imporre limiti emissivi più stringenti, a ulteriore garanzia ambientale e a dimostrazione che l’impiego di tali materiali non peggiora le performance emissive degli impianti.

La produzione del cemento è insalubre

Vero, da un punto di vista normativo, in quanto la produzione del cemento ricade nell’elenco contenuto nel Decreto del Ministero della Sanità del 05/09/1994, che aggiorna elenca le industrie classificate come insalubri. Lo scopo di tale elenco, già previsto dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934, e dunque ampiamente antecedente le odierne discipline ambientali, era quello di individuare quelle manifatture che producevano vapori, gas o altre esalazioni potenzialmente “insalubri”.

Falso, in quanto oggi, tali attività sono caratterizzate da soluzioni tecnologiche e impiantistiche avanzate e sottoposte a presidi di controllo che impongono l’attuazione di misure efficaci per contenere le emissioni, riducendone in concreto i rischi.

Nella sostanza, tutte le nostre cementerie, anche a seguito della Decisione di esecuzione della Commissione UE 2013/163, in attuazione della Direttiva Europea 2010/75 sulle emissioni industriali, applicano le MTD (Migliori Tecniche Disponibili) di settore per contenere, controllare e mitigare gli impatti e in sostanza per essere pienamente compatibili con il contesto ambientale in cui operano.

In quanto al Decreto, sono oltre 200 le attività “insalubri di prima classe” in esso elencate, molte delle quali rappresentano prodotti di cui quotidianamente facciamo uso. Sono compresi nell'elenco i depositi di frutta e verdura, le lavorazioni di prodotti ittici e macellazione di carni, le produzioni di formaggi, gli zuccherifici, la produzione di conserve, gli impianti di recupero di carta e cartone, la produzione di legno e compensati, quella di cablaggi elettrici e di materie plastiche, la lavorazione del vetro, di metalli, di prodotti farmaceutici e cosmetici, di saponi, di filati e tinture e ancora allevamenti di animali, stalle, maneggi e produzione di mangimi.

Le economie mature non hanno bisogno del cemento, perché sono già dotate delle infrastrutture di cui hanno bisogno

Le economie mature non possono permettersi di trascurare il patrimonio di edifici e infrastrutture che hanno ereditato dalle generazioni precedenti. Ammodernamento, rigenerazione e manutenzione sono concetti alla base della necessaria gestione del costruito, che non può prescindere dall’impiego di cemento e calcestruzzo: l’innovazione di prodotto rende oggi disponibili materiali capaci di intervenire sul costruito in termini di massima efficacia e sostenibilità, economica e ambientale.

L’Italia è tra i Paesi più “cementificati” d’Europa e del mondo

In Italia così come nel resto del mondo, il livello di urbanizzazione è direttamente proporzionale alle esigenze della popolazione che vi risiede. Se si fa riferimento alle diverse destinazioni d'uso del suolo, l'Italia è al di sotto della media europea per ciò che riguarda il costruito residenziale (5,7% contro la media europea del 6,7%). Rapportando il dato alla popolazione, utilizzando l'indicatore Eurostat "numero di stanze per abitante", risulta ancora che l'Italia è al di sotto della media europea con 2,5 stanze/ab contro 3,2. Il disegno delle città e le modalità di urbanizzazione, d’altro canto, non fanno capo a chi fornisce i materiali da costruzione, ma sono ascrivibili ai decisori politici, amministrativi e alle proposte architettoniche degli urbanisti e dei progettisti.

Il cemento è responsabile di un indiscriminato consumo di suolo

Il cemento è il migliore antidoto al consumo di suolo perché a differenza di altri materiali e grazie alla propria resistenza, si presta ad essere utilizzato per costruire edifici in elevazione. Non a caso, le cosiddette "smart cities" stanno promuovendo modelli urbanistici sviluppati in verticale, abituandoci a nuove skyline di grattacieli irrealizzabili senza il contributo del calcestruzzo. Dietro alle facciate e vetro ci sono infatti fondazioni e strutture in calcestruzzo, materiale sicuro, durevole e performante, nonché soluzioni tecniche e impiantistiche rispettose dell’uomo e dell’ambiente.

L’aumento delle aree urbanizzate e il conseguente incremento dell’utilizzo del cemento nel mondo sono direttamente collegati all’incremento della popolazione mondiale e alle sue necessità.